La prima citazione storica della chiesa dei Santi Giacomo e Filippo risale al 1199, quando viene definita “extra muros” per distinguerla da quella di San Giacomo Maggiore, detta “de civitate”. Ma nello stesso anno, con l’ampliamento della cinta fortificata della città e la costruzione della Porta di Santa Croce, essa entra a far parte del nuovo spazio urbano, assieme all’intero borgo – detto poi del “popol giöst” – di cui diventa, probabilmente subito, la parrocchiale, ampliando in seguito la sua giurisdizione fino a includere quella facente capo alla chiesa di San Biagio, demolita nel 1551.
La costruzione attuale ha ben poco dell’originaria, di cui non rimangono che pochi frammenti nella muratura esterna fiancheggiante la via Dante Alighieri; tutto il resto è l’esito di trasformazioni avvenute nei secoli, assorbite a loro volta dalla ricostruzione integrale operata con varie interruzioni tra la metà del ‘700 e il 1837, in base a un progetto dell’architetto Giovan Maria Ferraroni detto “il Brighi” (Pieve Modolena, 1662 – Reggio Emilia, 1755), eseguito verso il 1720, a parte la facciata che rispecchia lo stile primo-Ottocento e il disegno dell’architetto Luigi Croppi. Anche il campanile – che comunque rimane il più antico della città – è opera posteriore alla prima chiesa; fino alle necessarie perizie per i recenti restauri, operati tra il 1991 e il 1992, era ritenuto di epoca matildica, ma risulta ora più credibile una sua datazione nella prima metà del Quattrocento.
L’architettura interna della chiesa presenta come caratteristica particolare la netta divisione tra la prima metà dopo l’ingresso, interamente settecentesca e piena di luminosità, e la seconda in cui avviene l’incastro con la costruzione preesistente, terminante nel presbiterio con l’ampia abside e le due cappelle laterali e dominata da una “pseudo-cupola”, cioè da una cupola costruita interamente al di sotto del tetto.
Notevoli anche gli artifici architettonici escogitati dal “Brighi” per creare sensazioni di ampiezza: nel senso ascensionale con le colonne sdoppiate e montate sullo zoccolo, con il particolare schiacciamento dei capitelli ionici e con lo sfogo della pseudo-cupola; in senso orizzontale con le rientranze nelle pareti laterali, tra i vari allineamenti di pilastri e colonne, che in corrispondenza delle cantorie formano addirittura un illusorio transetto.
Percorrendo l’interno della chiesa, subito a sinistra dopo l’entrata si trova una raffinata balaustra in scagliola, dietro alla quale c’è il fonte battesimale (N° 1), intarsiato di marmi policromi secenteschi (e purtroppo alterato da un intervento moderno) che in origine era un lavabo con vasca sovrastata da un mascherone da cui usciva l’acqua. Accanto a destra, un piccolo tabernacolo inserito sul posto in tempi imprecisati. Il primo altare è dedicato alla B. V. del Buon Consiglio (N° 2) ed è sovrastato da un Ritratto della Vergine del pittore G. B. Grisanti, con una suggestiva veduta dell’antica città. E’ interessante notare la fattura di tutte le ancone degli altari laterali, con decorazioni a cartiglio di ottima fattura e certamente originali, mentre le mense sono state inserite probabilmente negli anni ‘40 del nostro secolo.
Sul secondo altare, dedicato a S. Anna (N° 3), domina una tela attribuita a un pittore del ‘700 piacentino, G. B. Faramonti, con S. Anna, S. Maria bambina e S. Angela Merici. Proseguendo, si trova il monumento funebre all’abate Ferrari Bonini (1707-1797), ivi inserito nel 1922, con un Cristo morto in bronzo opera dello scultore reggiano Riccardo Secchi (N° 4). Sopra il monumento c’è la cantoria con l’organo, un pregevole strumento installato nel 1869, opera dell’organaro vicentino G. B. De Lorenzi; la cantoria dirimpettaia ha invece funzioni puramente decorative, per il rispetto generale delle simmetrie.
La cappella laterale di sinistra (N°5) ospita l’altare del Santissimo Sacramento, sotto al quale è custodito il corpo di S. Faustina Vergine e Martire; è opera tardo rinascimentale (cioè precedente al rifacimento del Ferraroni), modificato nella parte bassa negli anni ‘40 con la rimozione della mensa originaria e l’inserimento di una parte marmorea dalla fattura ispirata all’ars camusina di epoca matildica.
La zona dell’altar maggiore (sostituito al tempo della recente riforma liturgica dall’altare con celebrante rivolto ai fedeli, dove si vede una relativamente recente riproduzione artigianale in marmo dell’Ultima Cena leonardesca) termina con un coro ligneo, su probabile disegno del Ferraroni, sovrastato dalle cinque grandi tele che costituiscono il tesoro d’arte della chiesa. Opere del pittore modenese Francesco Vellani (1688-1768), raffigurano nella pala centrale (m. 5,50 x 3) S. Giacomo portato in gloria e S. Filippo tratto al martirio (N° 6), e in quelle laterali, da sinistra a destra, il Miracolo dei cinque pani (N° 7), dominato dalla figura di Cristo con S. Filippo accanto, S. Filippo che fa morire il drago con il segno della Croce (N° 8), il Martirio di S. Giacomo (N° 9) e la Lapidazione di S. Giacomo (N° 10), che è l’unico dei cinque dipinti firmato e datato (1750). Al centro del coro è piazzato un “badalone” in noce del ‘700: l’insieme costituisce un complesso scenografico che dona armonia a tutta la chiesa.
Nell’ambone mobile dal lato del Vangelo è inserita una terracotta dello scultore Tonino Grassi che ricorda la visita di Papa Giovanni Paolo II a Reggio (5-6 giugno 1988).
La cappella di destra ospita il baroccheggiante altare dedicato alla Beata Vergine (N° 11) ai lati del quale si trovano due nicchie ora occupate dalle statue artigianali – come la statua della Vergine e quella del Cristo nella cappella di sinistra – dei santi Biagio e Luigi Gonzaga.
Sul lato destro della chiesa, proseguendo il giro, si trova l’altare dell’Annunciazione (N° 12), sotto il dipinto dell’ Annunziata con coro d’Angeli (1631) del bolognese Lorenzo Franchi (1565-1632), descritta come opera di pregio dallo storico secentesco Cesare Malvasia; segue l’altare del Crocifisso (N° 13) con un pregevole Cristo in croce ottocentesco. Interessante il fondale paesaggistico, recuperato durante l’ultima campagna di restauri.
Ritornando all’uscita, inserito nella controfacciata si trova un paliotto probabilmente secentesco, di scuola parmigiana e di altissima fattura. Da qui, ancora una volta, prima di lasciare la chiesa, se ne potrà ammirare l’armonioso insieme architettonico, la felice atmosfera creata dall’accostamento di tinte tipicamente settecentesche, il bel ritmo di colonne, pilastri e lesene, la calda luminosità di tutto l’insieme, tutto ad maiorem Dei gloriam.
La grande Pala centrale raffigura San Giacomo portato in gloria – tra Angeli in vesti celesti e rosa – e San Filippo tratto al martirio – ammantato di celeste e giallo. La composizione ha lo scatto ben congegnato di una spirale ascendente – che parte dal soldato in basso a destra e si conclude con la figura dell’Angelo, sempre dallo stesso lato, che regge San Giacomo in gloria – all’interno della quale si apre l’azzurro del cielo. C’è un messaggio spirituale intensissimo in questo insieme, dove la scena terrena si lega alla scena celeste attraverso l’imponente Croce, retta in obliquo dal personaggio a sinistra.
La grande Pala centrale raffigura San Giacomo portato in gloria – tra Angeli in vesti celesti e rosa – e San Filippo tratto al martirio – ammantato di celeste e giallo. La composizione ha lo scatto ben congegnato di una spirale ascendente – che parte dal soldato in basso a destra e si conclude con la figura dell’Angelo, sempre dallo stesso lato, che regge San Giacomo in gloria – all’interno della quale si apre l’azzurro del cielo. C’è un messaggio spirituale intensissimo in questo insieme, dove la scena terrena si lega alla scena celeste attraverso l’imponente Croce, retta in obliquo dal personaggio a sinistra.
In questo dipinto San Filippo, in veste celeste e manto giallo, nell’atto di far morire un drago con il semplice gesto della benedizione. Ne sono testimoni due donne: una cinta di vesti amaranto e verde scuro curva sull’altra, seduta di schiena, in panni rossi e azzurri, alle cui ginocchia si stringe un fanciullo nudo. Sono presenti in secondo piano due figure allegoriche dal significato non trasparente e comunque non legate alla storia del santo.
Nel Martirio di San Giacomo il Santo, guardato dall’alto da un angioletto, che appare lieve come una libellula in uno squarcio di luce reggendo in una mano la palma del martirio, sembra fosse troppo serafico per le sofferenze che gli vengono inflitte da due carnefici che lo stanno bastonando; uno sulla sinistra, piuttosto statico e compassato, abbigliato con vesti che si potrebbero ritenere sacerdotali, e l’altro di schiena, in primo piano, con un panno bianco fasciato attorno alla vita e legato al braccio destro alzato. Altre figure si confondono nella penombra.
Nel dipinto estremamente cupo il carnefice è in primo piano, incamiciato di bianco e ocra scuro e con brache rossastre. Figure di sgherri sono confuse nel fondale buio, dove si distingue il medesimo personaggio in vesti sacerdotali che appare nel “Martirio”, qui nell’atto di scagliare una pietra contro il Santo riverso a terra.